Lee Cronin – La Mummia, la recensione

Lee Cronin – La Mummia, la recensione

Lee Cronin – La Mummia, la recensione

Sulla carta la filmografia di Lee Cronin, composta al momento da solo tre lungometraggi, sembrerebbe quella di un anonimo mestierante che, dopo un buon film indipendente come Hole – L’abisso, subito si è “venduto” agli studios. Subito dopo il film del 2019, ha realizzato prima l’ennesimo sequel/remake/reboot de La Casa, per poi passare subito dopo ad un’altra proprietà intellettuale di cui abbiamo avuto fin troppe iterazioni come La Mummia.

È una narrazione che, senza guardare i film, non fa una piega. Eppure, andandoli a guardare davvero questi ultimi due film, in comune coi franchise originali hanno ben poco oltre al titolo. In entrambi i casi Cronin è riuscito a prendere due mondi cinematografici visti e rivisti, così noti e iconografici da essere diventati essi stessi archetipici, e fare qualcosa di completamente diverso rispetto a quello che ci si aspetta.

Al di là del giudizio che si può avere nei confronti di questi due film, è quanto meno confortante l’idea che – in una Hollywood sempre più piegata alla nostalgia, all’assenza di originalità e alla meta-narrazione post-moderna che divora se stessa – ci sia qualcuno che, pur muovendosi all’interno del sistema, prova a fare qualcosa di personale e nuovo.

Lee Cronin - La Mummia, la recensione

Certo, forse è un po’ esagerato e pretenzioso, solo al terzo film da regista, il vezzo di mettere “Lee Cronin’s” davanti al titolo del film (qui la storia della lavorazione del film). Ma, bene o male, Lee Cronin – La Mummia si guadagna quell’appropriazione autoriale che suona più come una dichiarazione d’intenti che come un gesto di vanità. Perché, al di là della superficie promozionale, La Mummia sembra effettivamente voler esistere come un territorio personale, un oggetto che tenta di inscriversi dentro una poetica riconoscibile, o quantomeno in costruzione.

La trama

La giovane figlia di un giornalista scompare misteriosamente nel deserto, lasciando la famiglia sospesa tra dolore e incertezza. Otto anni dopo, quando ogni speranza sembra ormai svanita, la bambina ricompare improvvisamente, sconvolgendo gli equilibri di una casa segnata dal lutto.

Lee Cronin - La Mummia, la recensione

Il suo ritorno, però, non porta sollievo: qualcosa in lei appare cambiato, inquietante, e ciò che dovrebbe essere una riunione si trasforma progressivamente in un incubo, riaprendo ferite mai rimarginate e generando nuovi, oscuri interrogativi.

Più L’Esorcista che La Mummia

Più che un remake de La Mummia (di una qualsiasi delle tante versioni della IP nata negli anni Trenta), guardando Lee Cronin – La Mummia sembra di star assistendo a una variazione inattesa di L’esorcista. I punti in comune sono così tanti che sembra davvero una commistione di due IP diverse: l’ambientazione desertica, la bambina posseduta, la grande quantità di vomito e secrezioni corporee.

Il film funziona per gran parte della sua lunga – forse eccessivamente lunga – durata perché l’impressione è quella di star guardando un’opera con una sua forte personalità e con una visione dell’orrore precisa che non si riduce mai ad essere un mezzo cheap per arrivare ad uno spavento rapido e fine a se stesso (non a caso dal film sono quasi totalmente assenti jump scare), quanto una materia drammaturgica presa seriamente, su cui lavorare come si lavora sui temi “seri” nei film “seri”: con pazienza, con attenzione ai dettagli e con una chiarezza narrativa che fa propri anche gli stereotipi del genere, li affronta di petto e ne diventa fieramente simbolo.

Lee Cronin - La Mummia, la recensione

Peccato per un terzo atto più convenzionale, più banale nella componente di azione a tutti i costi e per un finale che si protrae troppo a lungo.

Il senso di claustrofobia orrorifica

E tuttavia, nonostante queste incertezze, Lee Cronin – La Mummia riesce in quello in cui riescono ormai pochissimi horror mainstream: essere genuinamente inquietante e disgustoso, riuscendo a creare un senso di claustrofobia orrorifica si grande effetto, anche grazie ad una componente gore e splatter non scontata per un grande film di studio. Un film fieramente cattivo, disgustoso e raccapricciante che si muove con abilità all’interno di diversi registri e sottogeneri horror, finendo per lambire territori che sforano pienamente nel folk horror, rivelandosi progressivamente per ciò che è davvero.

Lee Cronin - La Mummia, la recensione

Pur non raggiungendo la perfezione narrativa de L’uomo invisibile di Leigh Whannell, Lee Cronin – La Mummia si inserisce su quel filone: sulla carta un remake/riadattamento di un grande classico degli anni Trenta, ma di fatto una rilettura totale che dal testo di partenza prende pochissimi elementi e li rielabora in maniera personale, audace e convincente.

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