Appropriazione, rilettura e rivendicazione. Negli ultimi dieci anni non è emerso nessun regista paragonabile a Jane Schoenbrun. Non tanto per particolari qualità tecniche o virtuose, né in senso competitivo da “x è più bravo di y”. Dire che nessuno fa quello che sta facendo Schoenbrun col suo cinema è più una constatazione, un’osservazione. Ha un modo di approcciarci al cinema che si pone perfettamente a metà strada tra il vecchio e il nuovo, tra l’omaggio e la reinvenzione.
I suoi film sono figli di una persona che è chiaramente cresciuta attraverso le immagini di film, serie TV e audiovisivo in generale. Le immagini e le sensazioni di quei prodotti audiovisivi li ha ingurgitati, li ha assorbiti e, ora, tramite i suoi film, li risputa fuori in maniera completamente nuova, personale e rivoluzionaria.
I film di Jane Schoenbrun sono specchi del nostro mondo che vengono trasfigurati per diventare profondamente personali e vengono rigurgitati per tornare ad essere, allo stesso tempo, specchi del nostro mondo e storie incredibilmente personali e intime di chi le racconta.
Ed è questa la caratteristica più interessante del cinema di Schoenbrun: la capacità di appropriarsi di qualcosa che appartiene alla memoria collettiva e trasformarlo in qualcosa di intimamente autobiografico. Non c’è mai la semplice volontà di citare o di omaggiare. Il cinema di Schoenbrun sembra piuttosto interrogarsi su cosa significhi crescere attraverso le immagini, su quanto quelle immagini finiscano per costruire la nostra percezione di noi stessi e su come, a un certo punto, possano essere riprese, smontate e ricomposte per raccontare qualcosa che prima non erano in grado di raccontare.
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Dopo aver realizzato uno dei migliori film di questo decennio con I Saw the TV Glow, Jane Schoenbrun torna in sala (o meglio, arriva per la prima volta in sala in Italia) con Camp Miasma: Adolescenza, Sesso e Morte e realizza il miglior film del 2026 fino ad ora. Dopo We’re All Going to the World’s Fair e I Saw the TV Glow, anche questo nuovo film sembra nascere dalla stessa esigenza: prendere un immaginario apparentemente esterno, già codificato, e utilizzarlo per parlare di qualcosa di profondamente personale.
La trama
Dopo anni di sequel scadenti e un pubblico ormai disilluso, il franchise slasher Camp Miasma viene affidato a una giovane regista per essere resuscitato. Ma quando decide di fare visita alla protagonista del film originale, un’attrice che vive reclusa e avvolta nel mistero, le due donne precipitano in un universo sanguinoso dove si intrecciano desiderio, paura e delirio.
Un franchise da rilanciare
Presentato lo scorso maggio al Festival di Cannes, nella sezione Un Certain Regard, dove ha vinto la Queer Palm – premio indipendente per il miglior film a tematica LGBTQ+ – Camp Miasma: Adolescenza, Sesso e Morte inizia con un colpo di genio. Sui titoli di testa, sulle note di una cover di “Nightswimming” dei R.E.M. interpretata da Okay Kaya, scorre in circa due minuti tutta la storia di un fittizio franchise slasher – Camp Miasma, per l’appunto – molto ispirato dalla saga di Venerdì 13.

Tramite VHS, locandine, ritagli di giornale, recensioni, gadget e notizie, al termine dei titoli d’apertura ci sembra di conoscere benissimo e di avere familiarità con questa saga horror che ha avuto prima un grande successo, poi diversi flop, passando per remake, reboot, sequel direttamente destinati all’home video e altri realizzati in 3D.
È un’introduzione che racconta già moltissimo del film che stiamo per vedere. Schoenbrun non deve inventarsi una saga realmente esistente per farci percepire la sensazione di averla conosciuta per anni: bastano pochi minuti, alcuni oggetti e una manciata di frammenti di memoria cinematografica. Camp Miasma diventa così un oggetto della nostra memoria prima ancora di essere davvero mostrato. È un franchise immaginario che, paradossalmente, sembra possedere una storia più concreta di moltissimi franchise reali.
Qualcuno a Hollywood ha deciso che la saga di Camp Miasma va rilanciata e il compito viene affidato alla giovane regista Kris, interpretata da una straordinaria Hannah Einbinder. Il suo obiettivo è quello di convincere Billy Presley, l’iconica Final Girl del primo film, a tornare nel progetto: l’attrice che, dopo quel film, si è ritirata dalle scene e non ha più recitato né nei capitoli successivi né in qualsiasi altro film, diventando una sorta di reclusa alla Norma Desmond di Viale del tramonto.

Billy vive nella location che aveva ospitato il set del primo film di Camp Miasma, una tenuta isolata tra le foreste e i laghi.
Un limbo cinematografico
È qui che Camp Miasma comincia lentamente a trasformarsi. Quello che inizialmente sembra essere soltanto un esercizio di stile, una ricostruzione affettuosa e ironica dell’estetica dello slasher anni Ottanta, diventa progressivamente qualcosa di molto più intimo.
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La scelta di far vivere Billy proprio nello spazio in cui è nato il personaggio che l’ha resa celebre è tutt’altro che casuale: l’attrice non si è semplicemente ritirata dal cinema, ma sembra essere rimasta intrappolata dentro il cinema stesso, dentro l’immagine che quel film ha creato di lei. La location diventa così una sorta di limbo nel quale passato e presente, persona e personaggio, memoria e realtà iniziano a confondersi.
Schoenbrun assume pienamente l’estetica degli slasher degli anni Ottanta, li capisce. Conosce i trope, le dinamiche e l’estetica. E li ama visceralmente, pur nelle loro imperfezioni e nella loro misoginia intrinseca. Ma il cinema è negli occhi di chi guarda, è uno specchio in cui possiamo vedere quello che vogliamo. E uno slasher misogino può trasformarsi in un portale multidimensionale in cui qualcuno scopre la propria identità queer e fa i conti con la propria percezione di sé.
Camp Miasma non prova a correggere il passato fingendo che certe forme di cinema non siano mai esistite, né cerca di prendere le distanze da un genere che inevitabilmente porta con sé contraddizioni, stereotipi e una lunga tradizione di rappresentazioni problematiche della sessualità e del corpo.
Al contrario, lo attraversa completamente. Schoenbrun guarda quello stesso immaginario con gli occhi di chi ne è stato profondamente influenzato e, proprio per questo, può permettersi di rileggerlo. Il film sembra chiedersi cosa succederebbe se le immagini che hanno contribuito a costruire una certa idea di genere, sessualità e desiderio potessero essere riutilizzate da chi quelle stesse immagini le ha vissute in maniera diversa.
Sesso e morte
Quello che inizia come un racconto meta-cinematografico sfrontato e ironico si trasforma ben presto in un film in grado di divertire, spaventare, far riflettere, emozionare ed eccitare. Camp Miasma è un film in cui, come suggerisce il titolo stesso, sesso e morte la fanno da padrone. La morte può assumere tante forme e arrivare in tanti modi, può essere reale o figurativa, ma è sempre lì in agguato.

Non a caso, il serial killer protagonista del franchise di Camp Miasma si chiama “Piccola Morte”, che è anche il modo in cui i francesi chiamano l’orgasmo. Il gioco linguistico non è soltanto una provocazione, ma diventa una delle chiavi attraverso cui leggere l’intero film: eros e thanatos non sono due elementi separati, ma due forze che continuamente si avvicinano, si sovrappongono e finiscono per diventare quasi indistinguibili.
Ed è proprio in questo spazio ambiguo che Schoenbrun trova la propria libertà. Il terrore dello slasher, tradizionalmente legato alla punizione del desiderio e alla paura del corpo, viene trasformato in qualcosa di diverso: un luogo in cui il desiderio può essere finalmente osservato, esplorato e rivendicato.

Il sangue, il sesso, il piacere e la paura appartengono tutti allo stesso universo cinematografico e diventano strumenti attraverso cui Kris può confrontarsi con una parte di sé che aveva sempre cercato di comprendere soltanto attraverso l’intelletto. Il cinema, ancora una volta, non è quindi soltanto ciò che i personaggi guardano: è ciò attraverso cui imparano a guardarsi.
Una Piccola Morte cinematografica
Camp Miasma si rivela proprio questo: una Piccola Morte cinematografica in grado di unire vecchio e nuovo, personale e generale, sesso e morte, desiderio e terrore, orrore e divertimento. Jane Schoenbrun non aveva bisogno di confermare o dimostrare nulla, avendo già dimostrato il proprio sconfinato talento in altri due film. Camp Miasma è semplicemente un nuovo, straordinario e stimolante tassello in un percorso cinematografico appena iniziato che si prospetta come uno dei più affascinanti e stimolanti dei prossimi anni.
