Regista italiano ma nato a Santiago del Cile da madre cilena e padre italiano, e cresciuto tra Brasile e Argentina, Marco Bechis è un autore che ha fatto del Sud America e del racconto degli anni delle dittature militari una cifra fondamentale del proprio cinema. Muovendosi costantemente tra documentario e finzione, i suoi film nascono da una necessità mai sopita di raccontare quelle terre, quegli anni e quegli atti atroci, attraverso una ricerca costante di una possibile catarsi.
Una ricerca che giunge forse al suo apice proprio con Ritorno a Buenos Aires, l’ultimo dei cinque film italiani in concorso a questa edizione della Mostra del Cinema di Venezia e, probabilmente, anche il migliore.
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La trama
Buenos Aires, 2008. Dopo trentatré anni trascorsi in Italia, Mariano Guerra torna in Argentina per testimoniare al processo contro gli ex militari che lo sequestrarono, torturarono e resero schiavo durante la dittatura militare. Insieme ad altri sopravvissuti è ospitato negli alloggi del Ministero della Giustizia, dove ritrova persone che hanno condiviso la prigionia e attende il giorno della sua deposizione.
Le giornate trascorse con gli altri testimoni, gli incontri e le testimonianze riportano alla luce vicende rimaste in sospeso per decenni. Mariano è uno dei pochi sopravvissuti a quella tragedia e porta con sé un peso che nessuna sentenza può alleggerire. Il ritorno a Buenos Aires lo costringe a confrontarsi con ciò che significa essere rimasto vivo.
Una storia sospesa tra autobiografia e finzione
Con una storia sospesa tra autobiografia e finzione, Marco Bechis torna letteralmente sul luogo del delitto. Torna nell’Argentina dell’atroce dittatura militare del generale Jorge Rafael Videla, nella Buenos Aires della repressione politica, sociale e civile e dei desaparecidos. Ci torna temporalmente trent’anni dopo, con qualche flashback che ci riporta al 1977.

Ma la Buenos Aires in cui Mariano Guerra arriva per il processo contro i carnefici della dittatura è una città che vediamo pochissimo. Vediamo soprattutto gli interni: oggetti, stanze, capannoni e muri umidi e ammuffiti ancora impregnati della violenza di trent’anni prima.
Una violenza di cui Mariano è stato sia vittima sia, suo malgrado, collaboratore. A differenza di un altro film in concorso qui a Venezia 83, quel Mr. Nelson, Did You Kill People? in cui il carnefice diventa vittima, qui è la vittima a trasformarsi in carnefice pur continuando a essere, irrimediabilmente, una vittima.
Mariano è sopravvissuto perché, durante la prigionia, è stato costretto a collaborare con i suoi aguzzini. Il punto non è stabilire quanto sia colpevole. Il punto è osservare ciò che quella sopravvivenza ha prodotto. Che conseguenze ha essere usciti vivi da un sistema costruito per annientare le persone.
Il film di Bechis è inevitabilmente personale. Il regista stesso fu sequestrato il 19 aprile 1977, quando aveva vent’anni, e detenuto per quattro mesi nel centro clandestino Club Atlético. Successivamente espulso dall’Argentina per motivi politici, si trasferì a Milano. È una ferita sulla quale il suo cinema è tornato più volte, da Garage Olimpo fino a Il rumore della memoria, e che aveva già affrontato direttamente anche nel memoir La solitudine del sovversivo.
Mariano Guerra è un personaggio di finzione
Mariano Guerra, però, non è il suo alter ego. «Anch’io sono stato sequestrato durante la dittatura argentina, ma Mariano non sono io», precisa nelle note di regia. La finzione diventa allora non uno strumento per prendere le distanze dalla realtà, ma per potervisi avvicinare maggiormente, raggiungendo territori nei quali il semplice resoconto autobiografico non sarebbe sufficiente: un modo per arrivare a una verità che il ricordo, da solo, faticherebbe a restituire.

Sono passati più di trent’anni, la dittatura è finita, alcuni responsabili vengono finalmente processati, Mariano ha costruito altrove la propria esistenza. Eppure il passato continua a occupare fisicamente il presente.
Mariano torna a Buenos Aires per accusare i propri carnefici, ma quel ritorno finisce inevitabilmente per trasformarsi anche in un processo a se stesso. La deposizione pubblica e quella privata si sovrappongono. Testimoniare significa ricordare, e ricordare significa essere nuovamente costretto a fare i conti con le decisioni prese in un momento in cui l’unica cosa che contava era l’istinto di sopravvivenza.
È una condizione morale quasi impossibile da giudicare dall’esterno, e Bechis ha l’intelligenza di non farlo. Quello di Ritorno a Buenos Aires è un cinema complesso, stratificato ed elegante.
