Quando Martin McDonagh viene presentato come uno dei registi in concorso a Venezia, lo si inserisce immediatamente nella lista dei film più attesi. Stiamo parlando di un autore che nel corso degli anni ci ha regalato alcune tra i migliori film contemporanei, come Gli spiriti dell’isola (2022) — anch’esso presentato a Venezia 79, dove si è aggiudicato due premi tra cui l’Osella per la miglior sceneggiatura — e In Bruges – La coscienza dell’assassino (2008).
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La trama
Poco prima del colpo di Stato cileno del 1973, gli agenti della CIA Chris e Lee si recano sull’Isola di Pasqua per un motivo ben preciso. Tra le emblematiche statue dell’isola, i due colleghi ripercorrono il proprio oscuro passato, facendo i conti con una nuova consapevolezza stimolata dall’incontro con due studentesse cilene di fede marxista.
Memorie di un agente della CIA
McDonagh porta in scena un film che non ha paura di affrontare vicende storiche realmente accadute e di denunciare come la CIA, e più in generale gli Stati Uniti, abbiano da sempre condizionato l’assetto politico globale. Non si tratta di messaggi velati o lasciati tra le righe, bensì di una presa di posizione politica chiara e rivendicata per tutta la durata dell’opera. Si cita la guerra civile in Guatemala, l’invasione della Baia dei Porci, l’assassinio di Kennedy e una serie di interventi che hanno irrevocabilmente segnato il corso della storia.
La pellicola pone l’accento su come questi avvenimenti vengano passivamente accettati e mai messi in discussione, a meno che i protagonisti non siano persone bianche e ricche, come Kennedy, anziché nere e a capo di una nazione poverissima, come il primo ministro del Congo Patrice Lumumba.

Il film si presenta così come il “memoir” di un agente della CIA pentito — forse perché conscio di non avere più molto tempo da vivere, o magari perché stimolato dalla “purezza” di una ragazza cilena incontrata durante il viaggio.
Il duo
La dinamica tra Chris e Lee evoca da vicino la sinergia vista in Mikey e Nicky (1976) e l’umorismo de Il calapranzi (1957), la commedia teatrale in un atto scritta da Harold Pinter, ma richiama anche le opere precedenti dello stesso regista: su tutti, proprio Gli spiriti dell’isola per la brillantezza della scrittura e la natura che agisce da terza protagonista, e In Bruges per il flusso di coscienza dei due sicari.
Insomma, potrebbe non sembrare l’idea più originale del mondo, ma grazie a una sceneggiatura impeccabile, all’interpretazione del cast e alla rilevanza dei temi trattati, Wild Horse Nine si candida a fare piazza pulita di premi anche al di fuori di Venezia (con John Malkovich che probabilmente si aggiudicherà l’Oscar come miglior attore protagonista — mark our words!).
Molto più della politica: l’amicizia
Il vero fulcro emotivo del film risiede nel rapporto tra Chris e Lee. Chris è giunto al termine della propria carriera dopo decenni trascorsi in operazioni sotto copertura in giro per il mondo; Lee gli resta profondamente devoto come amico, collega e, a tratti, riluttante custode.
«L’affetto tra questi due uomini è il cuore della storia», afferma McDonagh. Sotto l’umorismo nero della pellicola si cela infatti un asse emotivo ben più profondo. Sebbene l’idea sia nata da due momenti ben precisi — un viaggio del regista di circa 12 anni fa sull’Isola di Pasqua, dal quale rimase affascinato dai luoghi visitati; e l’ascolto all’età di 10 anni del brano “Washington Bullets”, che lo avvicinò a queste tematiche — McDonagh intreccia queste fonti d’ispirazione ponendo al centro un affetto sincero e viscerale tra due compagni di vita.
Non è la prima volta che il regista colloca l’amicizia al centro del proprio cinema. Anzi, è una costante nella filmografia di McDonagh, insieme alla sensazione che il luogo sia un personaggio a sé stante — un elemento che l’autore ha assimilato fin dai tempi del suo esordio.

Sull’Isola di Pasqua anche la fauna locale racchiude un’aura spirituale, in particolare i cavalli selvaggi. La presenza di questi animali richiama alla mente un ulteriore aspetto del film: la sua vicinanza al western. «È come se fossero due vecchi pistoleri giunti alla fine dei loro giorni bui», ha spiegato McDonagh in conferenza stampa, riferendosi a una suggestione poi sviluppata nella colonna sonora originale. Quando Chris telefona al fratello da cui si era allontanato (interpretato da Tom Waits), catapultando la storia a 5.000 miglia di distanza tra i rilievi isolati e le mesa della Monument Valley in Arizona, l’anima western di Wild Horse Nine si palesa in tutta la sua evidenza.
Il film che vincerà il Leone d’Oro?
Sebbene si sia solo al secondo giorno della Mostra, sostenere che Wild Horse Nine meriti il Leone d’Oro non è un azzardo. Certamente non si può escludere l’arrivo di altre opere all’altezza, ma se anche solo un altro film toccherà queste vette allora saremmo di fronte ad una grande edizione della Mostra.
