Danny Boyle è categorico sul futuro della saga: 28 Anni Dopo 3 si farà. Il regista ha ribadito che il terzo capitolo della nuova trilogia ha già una sceneggiatura firmata da Alex Garland e che Cillian Murphy avrà una presenza importante nel nuovo film, dopo la fugace apparizione alla fine di 28 Anni Dopo: Il tempio delle ossa.
«28 Anni Dopo 3, o qualunque sarà il titolo, verrà realizzato perché le persone continuano a chiederlo. Non so esattamente quando, ma c’è una sceneggiatura, una sceneggiatura molto buona di Alex Garland», ha dichiarato il regista.
La conferma è arrivata durante il Zurich Film Festival, dove Boyle ha presentato Ink e ha parlato anche del futuro della saga, del nuovo James Bond e del suo rapporto professionale con Jack O’Connell.
28 Anni Dopo 3 avrà molto Cillian Murphy
Boyle ha confermato che Cillian Murphy tornerà nel terzo capitolo con un ruolo più consistente. L’attore, nella parte finale del secondo capitolo della nuova trilogia, aveva già ripreso il personaggio di Jim, il protagonista originale di 28 Giorni Dopo del 2002.
«[Ci sarà] molto Cillian Murphy. Se si toglierà ancora i vestiti, questo non lo so. Ora ha vinto l’Oscar», ha scherzato Boyle.
Il regista ha poi ricordato di essere rimasto sorpreso dal fisico dell’attore durante la realizzazione di 28 Anni Dopo: Il tempio delle ossa, quando Murphy dovette spogliarsi per alcune scene.
«È bellissimo. Quando gli abbiamo tolto i vestiti, non riuscivo a crederci. Sembrava Iggy Pop! Era tutto luccicante. Mio Dio. È semplicemente una di quelle persone. Non si allena e non fa niente del genere: è fatto così».
Il terzo film della saga potrà contare nuovamente sulla collaborazione tra Boyle e Garland, rispettivamente regista e sceneggiatore del primo 28 Giorni Dopo. Boyle ha confermato che la sceneggiatura del nuovo capitolo è già pronta e ne ha sottolineato la qualità.
Danny Boyle: «Jack O’Connell dovrebbe essere Bond»

A Zurigo Boyle ha affrontato anche il tema del prossimo James Bond, esprimendo il proprio sostegno a Jack O’Connell, protagonista di Ink.
«Dovrebbero scegliere Jack O’Connell come Bond», ha dichiarato il regista.
Boyle conosce direttamente l’attore grazie al nuovo film presentato al festival, ma il suo rapporto con la saga di 007 risale anche alla sua esperienza con No Time to Die. Il regista aveva inizialmente lavorato al film insieme allo sceneggiatore John Hodge, prima di abbandonare il progetto in seguito a divergenze creative con i produttori Barbara Broccoli e Michael G. Wilson e con Daniel Craig.
«Quando mi hanno chiesto di fare Bond, abbiamo sviluppato la storia [con John Hodge] e loro hanno perso fiducia in essa. È un peccato, perché avrebbe potuto essere davvero un bel film».
Boyle ha invece espresso fiducia nei confronti di Denis Villeneuve, che sarà il prossimo regista della saga.
«Villeneuve è straordinario. Avete visto quell’inizio di Dune: Parte 3 che hanno mostrato prima di Odissea? Dio, se stessi dirigendo Odissea, avrei pensato che tutti sarebbero rimasti delusi dal mio film dopo aver visto quello. Ma ovviamente Chris Nolan ha più fiducia di me».
Jack O’Connell protagonista di Ink
La presenza di Jack O’Connell è centrale anche in Ink, il film biografico diretto da Boyle e adattato da James Graham dalla propria opera teatrale. L’attore interpreta Larry Lamb, che accetta la proposta di Rupert Murdoch, interpretato da Guy Pearce, di diventare direttore del quotidiano britannico “The Sun”.
Boyle ha spiegato di aver pensato a O’Connell dopo averlo visto in Back to Black, dove interpreta il compagno di Amy Winehouse.
«Avete visto Back to Black? È un film meraviglioso. Lui interpreta il fidanzato ed è una parte impossibile. È stata una performance incredibile».
Il regista ha poi spiegato più nel dettaglio perché proprio O’Connell fosse, secondo lui, l’attore giusto per interpretare Lamb.
«Pensavo che dovesse interpretare Larry Lamb perché è strano. Nonostante interpreti un mostro, continui a essere interessato a lui. Continui a esserne incuriosito e non ti respinge. Lo stesso valeva per il personaggio di Ink, perché alla fine del film la sua coscienza morale, sempre che ne avesse mai avuta una, si è completamente dissolta mentre insegue il successo. E tu devi comunque fare il tifo per lui».
Boyle ha paragonato questo effetto a quello prodotto da Al Pacino ne Il padrino – Parte II.
«Dicevo sempre che è la stessa cosa di Al Pacino alla fine de Il padrino – Parte II, quando ha ordinato l’omicidio di suo fratello, eppure continui a essere incuriosito da Pacino mentre se ne sta lì tutto solo».
Ink racconta un diverso Rupert Murdoch
Con Ink, Boyle ha voluto inoltre mostrare un lato meno immediatamente riconoscibile di Rupert Murdoch, concentrandosi sugli inizi della sua esperienza nel Regno Unito.
«Le persone sono affascinate da lui e allo stesso tempo respinte da lui, ma questa storia arriva da un periodo in cui era appena arrivato nel Regno Unito ed era una figura molto diversa. Pensavo fosse davvero interessante non assecondare la caricatura di lui, perché all’inizio non era affatto così. È un uomo piuttosto pudico, stranamente».
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Il film segue quindi il progressivo avvicinamento di Murdoch al mondo dell’editoria britannica e il rapporto tra le sue convinzioni personali e l’ambizione professionale. Boyle sottolinea come il personaggio finisca per accettare decisioni che contrastano con la propria morale quando vede le opportunità economiche che ne possono derivare.
«Perché i numeri sono buoni».
Boyle ha poi utilizzato il percorso di Murdoch per affrontare anche un discorso più ampio sul rapporto tra politica, potere e informazione.
«Lo descriveresti come una specie di liberale moderato, il che è interessante, perché Trump era un democratico e ora è un presidente repubblicano. Questi uomini si spostano verso il luogo in cui si trova il potere».
Danny Boyle: «Abbiamo perso il nostro rapporto con la verità»
Le riflessioni del regista si sono quindi spostate dal film al modo in cui il sistema dell’informazione si è trasformato nel corso dei decenni. Boyle vede nella nascita del giornale raccontata da Ink un punto di partenza per dinamiche che, a suo giudizio, continuano ad avere conseguenze nel presente.
«Credo davvero che quello che hanno fatto nel 1969, e l’inizio di questo giornale, abbiano avuto un impatto ancora maggiore sulle nostre vite di oggi. C’è un filo evidente che va da quel punto di accensione fino a dove siamo oggi. Abbiamo perso il nostro rapporto con la verità, e con questo intendo il nostro rapporto affidabile con la verità».
Boyle ha poi collegato questo cambiamento alla crescente centralità dell’attenzione nell’ecosistema mediatico contemporaneo.
«Lo abbiamo sostituito con – e l’uomo più potente del mondo è il miglior esempio di questo – affermazioni sfrontate e storie urlate, dichiarazioni completamente controintuitive. Qualcuno dice la verità, lui dice che è una bugia e parla di “fake news”. È il tipo di economia dell’attenzione, o clickbait, che non esisteva nel 1969, ma se ne possono vedere le origini».
Il regista ha però precisato che, secondo la sua lettura, la responsabilità di questo sistema non può essere attribuita esclusivamente a una singola figura politica.
«Devi riconoscere che il loro successo è qualcosa di cui siamo tutti complici. Penso che devi accettare che non puoi semplicemente dare la colpa a Trump, cosa che ho appena fatto, ma devi accettare anche la tua responsabilità. L’idea del film era cercare di trasformare tutto questo in un viaggio coinvolgente che le persone potessero intraprendere, e scoprire qualcosa su dove siamo oggi, come siamo arrivati fin qui e se vogliamo fare qualcosa al riguardo».
Boyle: «Il cambiamento è possibile»
Nonostante le considerazioni sul presente, Boyle ha concluso il suo intervento con una riflessione sulla possibilità di un cambiamento. Il regista ha citato il primo ministro britannico Andy Burnham come esempio di una politica maggiormente concentrata su problemi di lungo periodo.
«C’è un politico che è emerso in Gran Bretagna, che probabilmente ci deluderà, ma che è appena diventato primo ministro: Andy Burnham».
Boyle ha quindi spiegato quale aspetto dell’azione politica di Burnham considera significativo:
«Si sta concentrando su un problema molto più a lungo termine invece che sulla divisione che tutti sembrano incoraggiare. Si sta concentrando su qualcosa che ci connette tutti, ovvero come ci prenderemo cura della nostra popolazione anziana. Avremo bisogno di una soluzione. Quindi sì, il cambiamento è possibile. Devi cercare quei germogli di speranza».
